Alcune fiabe narrano di fate che
sostituiscono i loro figli con neonati umani. I sostituti essendo figli delle
fate sono bellissimi ma presentano un comportamento strano, assente, asociale
come se il mondo in cui vivono non è il loro e mostrano un disinteresse totale
per tutto ciò che li circonda.
Sono soli in mezzo ad una moltitudine di
persone perché si appartano, si ritraggono quando i genitori li abbracciano, non
giocano con i coetanei, non sorridono, non piangono quando si fanno male, spesso
camminano in punta di piedi e quando guardano non vedono il punto di interesse
ma al di là di esso, verso un orizzonte senza colore.
La maggior parte di essi non parlano, altri
potendolo fare non chiedono, non ringraziano, non prendono iniziative, altri
sono ancora incapaci a mostrare allegria, immaginazione, occupano,la mente con
azioni ripetitive ed inconcludenti come lo sfarfallio delle mani,il fissare cose
e persone ossessivamente, recitare per ore ed ore la stessa filastrocca,
dondolarsi ripetitivamente, mordersi le mani, annusare oggetti e persone, andare
in escandescenza per lievi cambiamenti nei luoghi frequentati ed altre, tante
altre cose strane.
Eppure per coloro che non credono alle
favole, questi bimbi sono nostri figli, particolari si ma pur sempre i nostri
figli, la nostra proiezione, una delle poche ragioni di vita. Sono i nostri
assenti sempre presenti inconsapevoli di quanto amore possono dare forse perché
indifesi, forse perché ci fanno vedere il mondo con la luce dei loro occhi, con
l’innocenza del loro comportamento, con l’amore prigioniero dentro.
Sono bimbi da sogno, sognati, da sognare.
Dobbiamo
aiutarli !!
L’ Ameba
C’era una volta in un grande
stagno una piccola ameba che sentendosi sola si sdoppio e generò così
un'altra ameba a sua immagine e somiglianza. Notò che era meglio stare in
compagnia e continuò a sdoppiarsi; nacquero cosi tante piccole amebe che
fatta conoscenza si rincorrevano felici sguazzando nello stagno. Erano tutte
belle e specchiandosi nell’acqua limpida, prese da raptus narcisistico, si
sdoppiarono anch’esse popolando lo stagno di innumerevoli creature
variopinte.
Papà ameba era felice
guardando quella moltitudine di figli che gli stava attorno rispettosa e
vociante. Era bello stringerli al petto, sentire il palpito dei loro
cuoricini, carezzarli dolcemente quando aderivano a lui con i loro
corpicini.
Vennero a trovarle diversi
animali e le amebe, piccole creature, infinitamente buone, fecero amicizia
con questi esseri cosi diversi da loro.
Alcune, dopo aver ricevuto al
benedizione del padre, andavano in giro per il mondo in compagnia dei nuovi
amici che avevano bevuto l’acqua nello stagno.
La vita delle amebe sembrava
scorrere secondo un ordine prestabilito, finche un giorno papà ameba vide un
suo figliolo, il più bello, appartato in un angolo tutto solo e triste che
non si specchiava nell’acqua. Gli si avvicinò e lo chiamò
sommessamente, il piccolo non rispondeva; lo carezzò delicatamente ed il
piccolo si ritrasse infastidito; lo osservò attentamente e si accorse che il
suo sguardo vagava nel nulla, guardava gli oggetti che aveva attorno
sfiorandoli con gli occhi; si accorse anche che le altre amebe, sue
creature, deridevano il piccolo che non le degnava di uno sguardo.
Papà ameba, preoccupato
viaggiò tanto con il figlio consultando i migliori specialisti che non
seppero spiegare la provenienza del male. Gli fecero tantissimi esami ma
tutti lo trovarono perfettamente sano e la loro diagnosi fu “non malato”.
Solo l’oculista, visto che il
piccolo non si specchiava nell’acqua, disse che era miope e suggerì di
mettergli gli occhiali.
Papà ameba comprò gli occhiali
più belli e li mise al figlio, comprò gli abiti più belli e li indossò al
figlio, comprò il cibo più buono e lo dette al foglio, comprò il lettino più
bello, la televisione più grande e soddisfatto li regalò al figlio ammalato.
Era contento papà ameba per
tutto quello che aveva fatto e la vita così riprese lentamente a
trascorrere.
Il tempo passava, ma
l’atteggiamento del piccolo non mutava, non parlava, si mordeva le mani, si
dondolava ripetutamente nell’angolo più remoto dello stagno, annusava tutto
ciò che gli stava attorno, agitava le mani scoordinatamente, e papà ameba di
nuovo, preoccupato, andò da un ospedale all’altro senza risultati
positivi.
Un giorno, però ebbe
un’intuizione folgorante: si chiese se per caso l’ottico avesse sbagliato a
graduare gli occhiali e si mise, lui che aveva 10/10 di vista, gli occhiali
da miope del figlio. E vide, finalmente, il piccolo.
Il cuore gli batteva a mille
all’ora, la testa sembrava scoppiargli da un momento all’altro e lentamente
rivide nella mente tutti gli errori commessi.
Prese il piccolo per mano
delicatamente e lui non oppose resistenza, andarono dall’ottico e comprarono
migliaia di occhiali per miopi.
Ritornarono a casa e papà
ameba distribuì gli occhiali a tutti i parenti ed amici. Così finalmente
papà ameba e i suoi figli miopi potevano vedere il “piccolo diverso”, e
fecero a gara ognuno nel proprio campo, ad insegnargli tutto quello che
sapevano, finche un bel giorno la piccola ameba si specchiò nell’acqua
e si sdoppiò come i suoi fratellini.

I diversi
Tanto tempo c’era un popolo di guerrieri
forti e valorosi governato da un re che si circondava di gente intelligente e
sapiente. Nel regno tutto era controllato da queste menti eccelsi che
imponevano leggi perfette alle quali ogni suddito doveva sottostare.
Controllavano tutto fin anche le nascite e se qualche bambino nasceva con
qualche difetto lo gettavano in una rupe affinché la società non si occupasse di quest’essere che poteva solo chiedere e mai dare.
Nacque un giorno un bimbo che aveva la gobba e
non muoveva le gambe; i collaboratori del re si accorsero che era diverso e lo
buttarono nella rupe. Durante la caduta il bimbo pianse e un’aquila che passava
di la lo prese prima che si sfracellasse al suolo e lo condusse lontano in un
isola abitata da tanti animali.
Il bimbo crebbe allevato con il latte delle
pecore, la sua gobba divenne più grande e imparò a strisciare. All’incirca
nello stesso periodo sempre in quel regno nacque un bellissimo bimbo, perfetto e
sanissimo. Era l’orgoglio dei suoi genitori che vedevano in lui un futuro
magnifico condottiero.
Man mano che passavano gli anni, però, i.
bimbo non parlava e fissava affascinato le onde del mare e gli alberi che si
muovevano ad ogni alito di vento.
Non udiva perché non si girava al richiamo
anche se tendeva l’orecchio quando soffiava il vento che accarezzava le foglie.
Si comportava così ogni giorno e per tutto il giorno ed i saggi dissero che era
diverso e che la società non poteva occuparsi di questo peso morto.
Anche la madre si convinse e lo gettarono a
marre in pasto ai pesci. Il bimbo non sapeva nuotare e sarebbe annegato se non
fosse passato di li un delfino che lo fece salire sulla sua schiena e lo
condusse nella stessa isola del bimbo gobbo.
Un giorno i due bimbi si incontrarono,
fraternizzarono ed il gobbo insegnò al muto a parlare e questi all’altro a
camminare.
Ancora oggi in quello sperduto paese di
naviganti al di là dell’orizzonte, tra i ragazzini raccolti in piazza un vecchi
fra tanti, a turno racconta loro di quella notte in cui suoi antenati in una
barca impazzita, in balia delle onde minacciose si diressero verso una luce che
brillava lontano.
Approdarono in quell’isola stremati e furono
curati e sfamati da due uomini solitari, uno col pallino della luce e l’altro
del vento.
Racconta loro come quelle due creature
insegnarono a tutti di lasciare dei segni visibili per ritrovare al via del
ritorno e di costruire e issare le vele quando c’era vento per non stancare i
rematori.
Quel popolo al di là dell’orizzonte vive
ancora serenamente la sua fiaba incantata ed in quel posto, dove l’amore regna,
gli uomini sono tutti uguali far loro con gli stessi diritti e gli stessi doveri
mentre qui il popolo guerriero rimane diverso e segnato.

Sogno stupendo
Quella volta mi ritrovai ad osservare un giorno di ieri.
Nell’aria tersa del mattino un vociare di bimbi e tanti colori.
Il vento era leggero ed i rumori discreti e distinti
Un canto infantile e gioioso intonava il girotondo
e la voce
la sua voce
penetrava e vibrava nell’aria
Cullava i miei sogni e li accarezzava
c’era l’abbandono totale del pensiero dai pensieri
e lui era lì
con l’innocenza dei suoi anni,
con la fierezza e l’orgoglio del padre,
vicino e per mano
E tutto era musica nella mente e nell’anima in quel punto del tempo di
ieri.
Poi mi ritrovai ad osservare un giorno di domani, un camice bianco fra pareti
bianche,
uno sguardo fermato su di un monitor lucente
e la voce,
la sua voce pacata e sicura distribuiva consigli e certezze, sembrava più
alto fra tanti
e radioso era il suo sorriso.
Non so se era di giorno o di notte
ma c’era la luce
tanta luce
forse la sua che illuminava la scena.
Passo deciso e sicuro,
sguardo limpido e dolce come sempre,
vicino e sottobraccio al di là dell’uscio,
incontro alla vita
per plasmarla tutta.
C’erano tanti rumori nell’emiciclo,
scomparsi quando lui parlò
e tutto era musica nella mente e nell’anima in quel punto del tempo di domani.

La farfalla e la candela
Volava qua e là la farfalla
Era bellissima e felice
Viene l’inverno ed ebbe freddo
Avvicinati le disse la candela
io ti scalderò
La farfalla indifferente
rimase in disparte
c’ era tanto freddo e morì.
L’anno dopo venne un’altra farfalla
aveva freddo ed ancora la candela
Vieni io ti scalderò
La farfalla sicura si accostò alla candela,
bruciò, non disse nulla e morì
Un giorno poi la farfalla aveva freddo Vieni le disse la candela
io ti scalderò
la farfalla si pose a debita distanza si scaldò, non disse nulla e aspetto
Poi la candela si consumò
E la farfalla volteggiandole sopra
Scaldò le sue ceneri.
